I cimiteri di Scandicci e Giogoli: arte, storie e curiosità
Dalla tomba di Gaspero Doney al trasferimento delle salme dei membri della famiglia Brichieri Colombi, alla scoperta di un patrimonio storico e artistico di notevole interesse

Per gli storici dell’arte, i cimiteri sono dei veri e propri repertori artistici, poiché riflettono non solo l’evoluzione della scultura e dell’architettura funeraria degli ultimi due secoli e mezzo circa, ma anche le dinamiche socio-economiche di una comunità.
Anche a Casellina e Torri, i defunti più “prestigiosi” venivano sepolti all’interno delle cappelle gentilizie delle loro ville, oppure nelle navate delle chiese e nei recinti cimiteriali costruiti attorno o nei pressi di quegli stessi templi. Antiche fonti inventariali attestavano, nella chiesa di Santa Maria a Greve, la presenza di lastre terragne — oggi scomparse —, mentre in quella di San Martino a Scandicci Alto è tuttora visibile la tomba seicentesca di Leone de’ Nerli e della moglie Caterina Pandolfini, i quali fecero un lascito all’altare della Madonna di Scandicci.
Facendo un salto in avanti nel tempo, e tralasciando il progetto per un nuovo cimitero parrocchiale a Torri (la perizia è datata 1847) poi sostituito dalla struttura attuale — già esistente nel 1883 —, si osserva come la fisionomia rurale del territorio fosse ancora intatta nei decenni centrali del secolo. Una delibera del consiglio comunale di Casellina e Torri datata 2 giugno 1863, infatti, evidenziava la totale assenza di defunti acattolici («israeliti» inclusi). Un dato che rifletteva fedelmente lo status di un’area che, in quegli anni, veniva percepita come una semplice appendice agricola di Firenze, pur essendo costellata da maestose ville e antiche pievi.

A partire dagli anni 1870, il Comune di Casellina e Torri — col concorso di notabili e associazioni locali — promosse una serie di importanti opere pubbliche: dalla realizzazione del locale acquedotto all’ampliamento dei cimiteri esistenti (come quello di Mosciano) fino alla creazione ex novo di altri campisanti. Tra questi figurano quello di Giogoli, costruito a partire dal 1876 su progetto di Tommaso Agostini, e quello di Scandicci (meglio noto come cimitero di Sant’Antonio), benedetto da don Alessandro Cioppi l’anno seguente, il quale impartì inoltre la benedizione alla salma di una certa Salaorni, la prima donna ad essere seppellita nel nuovo cimitero.

Questi cimiteri salirono agli onori delle cronache già alla fine del XIX secolo. Nel 1890, per ordine della giunta municipale fiorentina, le salme dei membri della famiglia Brichieri Colombi furono traslate dall’ex chiesa di San Carlo de’ Barnabiti di Firenze (costruito nei pressi della basilica di Santo Spirito) al camposanto di Giogoli che, all’epoca, ricadeva sotto la giurisdizione del Comune del Galluzzo. Pochi anni dopo, il cimitero accolse anche i resti dell’illustre antiquario Tito Gagliardi.
A Scandicci, il camposanto di Sant’Antonio venne costruito su un terreno appartenuto ai discendenti di Gaspero Doney — già consigliere comunale di Casellina e Torri e fondatore dell’omonimo Caffè fiorentino —, i cui familiari e lo stesso Doney riposano nella cappella Thompson Sorel. Eretta intorno al 1875, la cappella si distingue per una sobria ed elegante struttura neogotica, una scelta stilistica verosimilmente pensata sia per sottolineare le origini “oltremontane” della famiglia, sia per conferire alla struttura l’impronta e il fascino di un Medioevo “filtrato” dalle ”lenti” della sensibilità romantica.
Nel cimitero fu inumato anche l’attore Alamanno Morelli, deceduto nella sua residenza scandiccese nel gennaio del 1893, il cui monumento funebre fu scolpito da Mario Salvini. La notizia della sua scomparsa fu ampiamente trattata anche dalle principali riviste teatrali dell’epoca.
Il cimitero di Sant’Antonio può essere altresì considerato un vero e proprio “museo a cielo aperto” dello scultore scandiccese Donatello Gabbrielli. Nel corso della prima metà del Novecento, infatti, egli scolpì i monumenti sepolcrali di alcuni notabili e professionisti di Casellina e Torri, oltre a quello della madre, Argentina Gabbrielli, quest’ultimo arricchito da interessanti puttini neo-rinascimentali (tardi anni 1920). A completamento del monumento funebre della propria famiglia fu inoltre collocato l’Autoritratto dell’artista (1943).
Altri cimiteri scandiccesi degni di nota sono quello della Pieve di Settimo, con eleganti cappelle e tombe eclettiche, e quello di San Colombano, che accolse le spoglie di Dino Campana, traslate nel 1942 nella cappella di San Bernardo a Badia a Settimo e, dal 1946, definitivamente inumate all’interno della stessa abbazia scandiccese. Merita infine citare il camposanto — dismesso in epoca moderna — costruito sul terreno un tempo occupato dalla chiesa di San Lorenzo a Settimo, chiesa costruita nei pressi delle mura dell’abbazia di Settimo dalla parte del campanile a partire dal 1504, gravemente danneggiata da una piena dell’Arno e infine demolita al tempo delle soppressioni leopoldine.

Purtroppo, alcune lapidi e opere d’arte presenti in questi luoghi, che per vicende storiche e collocazione geografica hanno assunto nel tempo un ruolo sempre più significativo, necessiterebbero di tempestivi interventi di pulitura e restauro. È auspicabile una maggiore valorizzazione del patrimonio artistico cimiteriale locale da attuarsi sia attraverso l’impiego delle più sofisticate tecnologie di conservazione, sia mediante la redazione di guide turistiche (cartacee e online) e di schede che seguano i criteri ministeriali di catalogazione dei beni culturali: un percorso necessario per restituire la corretta dignità storico-artistica a questi siti, troppo a lungo dimenticati.
Leonardo Colicigno Tarquini, storico dell’arte medioevale





