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Quattro curiosità sulla chiesa di San Martino a Scandicci Alto
Viaggio nella chiesa di San Martino a Scandicci Alto tra indulgenze papali, arte e curiosità dal Medioevo al Novecento

Forse non tutti sanno che sulle colline di Scandicci esiste un piccolo scrigno di storia che custodisce segreti inaspettati. Si tratta della chiesa di San Martino a Scandicci Alto, un affascinante luogo le cui origini affondano nel Medioevo.
La miracolosa immagine della Madonna di Scandicci Alto
Menzionata per la prima volta nel 978 d.C., quando Willa di Toscana la donò alla Badia Fiorentina, questa antica parrocchia è diventata nel tempo un vero e proprio santuario mariano.
La devozione dei fedeli si è concentrata per secoli attorno a un’immagine della Madonna col Bambino (conosciuta altresì come Madonna del Buon Consiglio o Madonna del Latte) dipinta su tavola. La fede verso questa effigie – culminata storicamente in solenni processioni che si snodavano lungo le vie di Scandicci Alto, Franceschi e delle Selve e alimentata dai numerosi ex voto esposti nella porzione di parete sottostante il tabernacolo – era così forte che nel 1431 papa Eugenio IV concesse un’indulgenza speciale di quattro anni e quaranta giorni a chiunque visitasse la chiesa nel mese di maggio.
La notizia del privilegio papale è giunta sino a noi grazie alle memorie parrocchiali e ai verbali della visita pastorale di Antonio Altoviti del 1568. L’opera, protetta da un’elegante edicola lignea dorata, mostra tuttavia una superficie assai ridipinta e alterata, un fattore che ne impedisce una valutazione stilistica sicura.

Questo profondo fervore religioso trovava un parallelo a valle: nella zona di Scandicci Basso, infatti, verso la fine del X secolo, venne costruita la chiesa di Santa Maria a Greve. Al suo interno si conserva tuttora una statua della Madonna col Bambino, anch’essa considerata miracolosa, uscita dalla bottega di Lorenzo Ghiberti (ante 1455), che la popolazione locale era solita portare in processione in occasione di pubbliche calamità.
Don Luigi Montauti, un “pioniere” del neogotico scandiccese
Tra le pieghe della storia architettonica della chiesa si nasconde un’altra straordinaria curiosità. Nel 1851, l’allora parroco Luigi Montauti (morto nel 1888) decise di ristrutturare l’edificio a proprie spese, rivestendolo di un ricco ed elegante “manto” neogotico. Oggi di quegli affreschi non rimane purtroppo più un’ombra, cancellati dai successivi rifacimenti, e la loro esistenza è affidata unicamente agli studi scientifici.
Eppure, secondo alcuni esperti, l’operazione finanziata dal Montauti rappresenta un caso di studio eccezionale: si tratterebbe infatti di uno dei primissimi esempi di ricezione e introduzione dello stile neogotico a Casellina e Torri (antico nome di Scandicci), all’epoca decisamente periferico rispetto ai grandi centri culturali toscani.
L’angelo col fascio littorio
Le curiosità più sorprendenti e politicamente complesse di San Martino sono però impresse sulle sue mura. Chi osserva con attenzione l’affresco realizzato probabilmente dalla famiglia Benini tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento, raffigurante i Santi Benedetto e Domenico e due angioletti in adorazione della Vergine, noterà un dettaglio tanto insolito quanto spiazzante: accanto a san Benedetto, infatti, si trova un angioletto che tiene in mano un fascio littorio.

Questo soggetto rappresenta un preciso riflesso del clima politico dell’epoca. Secondo alcuni storici, l’opera potrebbe essere un audace omaggio visivo alle celebri parole di papa Pio XI che, all’indomani della firma dei Patti Lateranensi, definì Benito Mussolini come «un uomo che la Provvidenza Ci ha fatto incontrare». Quella frase, passata alla Storia e semplificata nel “mito” del Duce come “uomo della Provvidenza”, fu letta all’epoca come una forte legittimazione religiosa del regime, preferito da una parte del mondo cattolico all’oramai esinto sistema liberale.
Osservando la composizione, emerge una precisa simmetria geometrica: mentre sul lato destro, ai piedi di san Domenico, un secondo angioletto dispiega un cartiglio celebrativo, sulla sinistra la base del fascio littorio appare parzialmente celata dalla sporgenza dell’edicola lignea che custodisce la Madonna, inserendosi come un elemento di raccordo tra la dimensione sacra e quella profana dell’opera.
I due santi nell’affresco si focalizzano inoltre sulle storie geopolitica e religiosa del territorio: se san Benedetto ricorda il plurisecolare legame della chiesa di Scandicci coi monaci della Badia Fiorentina (legame che si interruppe con le soppressioni leopoldine), san Domenico evoca invece i frati osservanti di San Marco a Firenze, che nel 1739 ereditarono i beni del canonico Giuliano Viti, tra cui la vicina villa ‘Il Melarancio’.
La distruzione dell’organo e le “ferite” dei grandi restauri del dopoguerra
La storia recente di San Martino a Scandicci Alto è fatta anche di perdite dolorose. Nel 1940 il prezioso organo settecentesco della chiesa, progettato dalla famiglia Tronci di Pistoia, venne smantellato. Le sue canne di metallo furono vendute a una ditta di rottami per essere fuse – presumibilmente per lo sforzo bellico – mentre la cassa e le parti in legno finirono bruciate. Al suo posto, oggi i visitatori e i fedeli possono ammirare la bellissima vetrata colorata con San Martino a mezzo busto benedicente, realizzata da Rodolfo Fanfani (1899-1973) e donata alla parrocchia da Eleonora Passerini.
Gli effetti dei drastici restauri del secondo dopoguerra sono ben noti per aver impoverito l’apparato decorativo storico della chiesa. In una prima fase, coincidente con i lavori del 1955, si assistette alla demolizione dello stoiato col rifacimento della copertura, cantiere che portò anche alla contestuale distruzione del tabernacolo di Sant’Antonio da Padova di Cesare Benini jr. Agli anni Settanta risalgono, invece, la demolizione di altri antichi altari e ulteriori interventi di riqualificazione dell’edificio, seguiti infine, negli anni Ottanta, dall’abbattimento del vecchio altare maggiore, sostituito con uno nuovo parzialmente in marmo nel contesto di una ridefinizione dell’intera scarsella.
Eppure, nel fare “tabula rasa” di secoli di stratificazioni e nel seguire i nuovi dettami strutturali e liturgici del Concilio Vaticano II, l’attività dei restauratori ha finito paradossalmente per risparmiare e cristallizzare proprio la traccia più scottante del secolo passato: l’angelo col fascio littorio.
Oggi l’antichità millenaria di San Martino sopravvive così in un singolare equilibrio. Da un lato, alcuni stemmi e la preziosa lapide tombale seicentesca di Leone de’ Nerli e Caterina Pandolfini testimoniano un legame nobiliare mai interrotto con la chiesa; dall’altro, un simbolo di propaganda del Ventennio resta visibile, sopravvissuto ai restauri del dopoguerra presumibilmente per non intaccare il delicato contesto devozionale del dipinto.
Leonardo Colicigno Tarquini, storico dell’arte medioevale
Fonti consultate
Scandicci. Itinerari storico-artistici nei dintorni di Firenze, a cura di D. Lamberini, Firenze, Ponte alle Grazie, 1990.
F. Niccolai, I luoghi della devozione popolare, Firenze, Tipografia Coppini, 2004.
H. Wolf, Il papa e il diavolo. Il Vaticano e il Terzo Reich, Roma, Donzelli, 2008.
Arte a Figline. Dal Maestro della Maddalena a Masaccio, catalogo della mostra (Figline Valdarno, Palazzo Pretorio, 16 ottobre 2010 – 16 gennaio 2011), a cura di A. Tartuferi, Firenze, Edizioni Polistampa, 2010.
D. I. Kertzer, Il patto col diavolo. Mussolini e papa Pio XI. Le relazioni segrete fra il Vaticano e l’Italia fascista, Milano, Rizzoli, 2014.
G. Garbarino, Salire in Alto…Passeggiate storico-artistiche sulle colline di Scandicci, vol. 1, Firenze, AB Edizioni, 2015.
Scheda San Martino alla Palma, Le Chiese delle Diocesi Italiane (data di creazione della scheda: 5/5/2011; ultimo aggiornamento: 05/06/2020; ultima consultazione, 26/10/2026: sito web ).





