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L’allarme dei parrucchieri: «Troppa concorrenza sleale»

Saloni di parrucchieri cinesi low cost e lavoro nero a domiclio, anche le attività storiche di Isolotto e Legnaia colpite dalla concorrenza al ribasso. A risentirne di più la zona di viale Talenti

Ai prezzi stracciati corrisponde spesso una scarsa qualità del servizio, che a volte manca degli standard minimi

Ultimamente, è proprio il caso di dirlo, hanno un diavolo per capello.  Da una parte la concorrenza illecita di quelli che  vanno a fare acconciature a domicilio; dall’altra l’apertura di saloni cinesi che, spesso a scapito della qualità, fanno prezzi al ribasso. Un fenomeno che coinvolge tutto il territorio nazionale, ma da qualche anno si sta espandendo anche nel nostro quartiere.

«Così non reggiamo più», è quanto denunciano ultimamente i parrucchieri di Isolotto e Legnaia. Un settore che si trova così inquinato da chi esercita non rispettando le regole e rovina così il mercato e la reputazione di tutta la categoria.

A fare le spese maggiormente della concorrenza cinese sono soprattutto i coiffeur lungo l’asse di viale Talenti, dove si concentrano la maggior parte delle attività. Intendiamoci: anche tra i cinesi si trovano professionisti qualificati. Ma non è raro che di professionalità e competenza non ce ne sia alcuna.  Ciò che spesso si riscontra, raccontano le attività storiche fiorentine, è una bassa qualità del servizio a prezzi stracciati.

«L’apertura di parrucchieri cinesi che aprono e chiudono ovunque rappresenta un grosso problema – protesta Brunetto, storico parrucchiere di via dei Lorenzetti, affacciato su viale Talenti   –  Non si capisce come facciano.  In questo quartiere ce ne sono almeno dieci e  stanno aperti fino a tardi. Abbiamo avuto una dipendente che prima lavorava in uno di questi negozi. Ci ha detto che prendono prodotti scadenti e li mettono in contenitori con etichette di marca, perché in realtà sono prodotti che si fanno arrivare dalla Cina.  A volte vengono chiusi a causa dei controlli.  E loro che fanno? mettono un cartello “chiuso per ferie”, per non perdere la clientela quando riaprono. Trent’anni fa avevamo il salone dall’altra parte della strada. Quando abbiamo deciso di spostarci qua, ci hanno fatto patire mille burocrazie, solo per uno spostamento di venti metri. Ora invece chiunque può aprire, ci si può improvvisare. Inoltre alle volte capita che il negozio venga rilevato da cinesi, ma a lavorare mettono dipendenti italiani. Questo proprio perché il cliente italiano vuole parrucchieri italiani. Tuttavia, anche in questo caso, il dipendente usa i prodotti che fornisce il gestore».

Concorda sulla scarsa competenza di alcune di queste attività  Carmine, altro storico coiffeur della zona, dall’altra parte del viale, su via Franceschini: «Non sanno lavorare, è questo il problema», è il suo laconico commento.

Un fenomeno per ora circoscritto a una parte ristretta del quartiere, ma di cui si teme un’ulteriore espansione: «Nella zona di viale Talenti – via del Pollaiolo stanno prendendo tutto – raccontano dalle acconciature Francesca di via Niccolò Pisano – Clienti che sono stati prima da alcune attività cinesi di zona e poi da noi, ci hanno detto che uno dei problemi più grossi è che chi ti fa i capelli non parla nemmeno l’italiano, quindi non capiscono neanche le richieste della cliente. Poi ci hanno riferito che è stata buttata loro molta decolorazione, in maniera davvero eccessiva, con il rischio di sciupare i capelli. Infine sono sempre aperti, anche dopo cena».

Sembra patire meno la concorrenza orientale invece  li rione di Soffiano, dove esercizi di questo tipo non ce ne sono. Non solo: anche le attività più recenti non percepiscono alcuna concorrenza cinese, perché sono nati insieme  o dopo l’affacciarsi del fenomeno nel quartiere. In qualche modo lo danno come un dato strutturale, più che come una variabile penalizzante aggiuntasi  nel tempo: «Noi siamo nati nel 2005 – spiegano da Modé hair in via Maso di Banco – perciò quasi subito ci siamo dovuti adeguare al tariffario. La concorrenza sleale è sempre esistita in qualsiasi epoca, purtroppo, tuttavia noi non ne risantiamo così tanto».

C’è anche chi vede questo emergere di attività low-cost  come opportunità per puntare solo su una fascia più alta o convincere la clientela che sul benessere, chi più spende, meno spende: «Io non la patisco, questa concorrenza dei cinesi – afferma fieramente la parrucchiera di A testa alta  – Anzi: loro spesso fanno danni tagliando i capelli… e le clienti poi vengono da me per rimediare».

Prezzi, quelli orientali, poi in fin dei conti così stracciati non sono: «Alcune clienti mi hanno detto che sono andate lì portandosi i prodotti da casa, perché non si fidano di quelle che forniscono in negozio: e quindi, a conti fattti, il risparmio dov’è? – Si domanda Lara Zenoni, dalla sua attività da sessant’anni a Legnaia, due generazioni ad acconciare capelli – Mi domando comunque como loro possano fare una piega a 8 euro: solo tra bollette, affitto, tasse e prodotti vanno via. Loro stanno aperti  sette giorni su sette, anche la domenica. Chi è stato in queste attività cinesi lamenta anche che i parrucchieri capiscono solo due parole: “capelli lisci” e “capelli mossi”. Come fanno, senza sapere l’italiano, a capire? Il nostro lavoro è fatto di comunicazione e interpretazione delle esigenze della cliente».

«Poi c’è la grossa piaga del lavoro nero a domicilio – continua la parrucchiera di via di Sant’Angelo – I negozi cinesi, quantomeno le pagano le tasse. Ma quelli che vanno a casa no. Molti sono ex parrucchieri falcidiati dalla crisi. A 50-60 anni sono costretti a chiudere l’attività e non ritrovano lavoro. Si riclono così. E finisce che fanno concorrenza sleale a chi ancora si impegna a mantenere il salone aperto».

 

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