La storia della Pagoda Arrighi di Scandicci
Tutto quello che c'è da sapere sul piccolo e affascinante angolo orientale della "città della fiera" voluto da un nobiluomo e imprenditore agricolo locale per eternare il ricordo degli edifici cinesi da lui ammirati durante un soggiorno nel paese asiatico

La Pagoda, “storico hot spot” della movida degli anni Ottanta e Novanta, fu costruita agli inizi del Novecento per volontà di un membro della famiglia Arrighi, identificato dalla letteratura locale in Arrigo Arrighi, un ricco imprenditore fiorentino del settore oleario-vinicolo e proprietario di una storica villa della “città della fiera”, villa Arrighi, villa citata a partire dal 1427 che venne ampliata nel corso dei secoli XVI e XVII dagli stessi Arrighi; la sua famiglia, legata ai Medici, rimase di proprietà della villa e dei terreni circostanti – compreso quello dove sorse la Pagoda – fino agli anni Venti del XX secolo.

L’Arrighi era un uomo di mondo. Viaggiò soprattutto per lavoro: prima in Eritrea, dove si dedicò ad attività agricole, come racconta Ferdinando Martini nel suo Diario Eritreo, e poi in Cina. Nell’ex Celeste Impero egli rimase incantato dalle architetture monumentali e dalle particolarità locali. Tornato in Italia, volle conservare quel ricordo commissionando la costruzione della “sua” pagoda.

Il motivo del tuono incarna la forza, il potere spirituale e la protezione sovrannaturali, evocando la “voce” del cielo e la volontà divina. La presenza di questi simboli nella Pagoda Arrighi non è meramente decorativa: trasmette un messaggio di prosperità, protezione e connessione tra uomo e universo, creando un ponte tra cultura orientale e realtà agricola toscana del primo Novecento.
L’edificio ha una pianta ottagonale, sviluppata su tre livelli collegati da una scala interna e da una base rialzata che conduce all’ingresso principale. La disposizione dei piani richiama concetti della dottrina buddista, come la “trinità” del Buddha – ovvero i suoi stadi fisici, celestiali e cosmici – o le sue qualità fondamentali: Saggezza, Compassione e Potere Spirituale. Vi è inoltre un elemento “occidentalizzato”: le finestrelle della Pagoda, secondo alcuni studiosi, ricordano quelle dei palazzi rinascimentali, un elemento che venne forse inserito per rendere più “digeribile” un edificio di una cultura “altra”. Nel buddhismo, il colore giallo che caratterizza le pareti della Pagoda può assumere diversi significati: è associato alla terra e alla saggezza di identità, e a volte fa parte delle vesti monastiche e dei simboli come le bandiere di preghiera. O ancora, evoca la crescita spirituale per raggiungere uno stato di “perfezione”.
Coi suoi eleganti fregi e la complessa struttura architettonica, la Pagoda Arrighi non è solo un edificio “storico”: è un “ponte sospeso” nel tempo, dove arte, spiritualità e cosmologia orientale e occidentale si incontrano, dando vita a un dialogo silenzioso ma potente tra Oriente e Occidente.
Leonardo Colicigno Tarquini, storico dell’arte medioevale




