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La storia della Pagoda Arrighi di Scandicci

Tutto quello che c'è da sapere sul piccolo e affascinante angolo orientale della "città della fiera" voluto da un nobiluomo e imprenditore agricolo locale per eternare il ricordo degli edifici cinesi da lui ammirati durante un soggiorno nel paese asiatico

Percorrendo la Strada Provinciale di Scandicci 98 da Vingone, al bivio tra le vie dell’Arrigo e di Mosciano, spunta all’improvviso la Pagoda Arrighi, conosciuta anche come Chalet Arrighi, Anastasia Club, o ancora Anastasia Bistrot; un edificio che sembra portare un “pezzo” d’Oriente nella campagna scandiccese.

La Pagoda, “storico hot spot” della movida degli anni Ottanta e Novanta, fu costruita agli inizi del Novecento per volontà di un membro della famiglia Arrighi, identificato dalla letteratura locale in Arrigo Arrighi, un ricco imprenditore fiorentino del settore oleario-vinicolo e proprietario di una storica villa della “città della fiera”, villa Arrighi, villa citata a partire dal 1427 che venne ampliata nel corso dei secoli XVI e XVII dagli stessi Arrighi; la sua famiglia, legata ai Medici, rimase di proprietà della villa e dei terreni circostanti – compreso quello dove sorse la Pagoda – fino agli anni Venti del XX secolo.

La Pagoda Arrighi (foto dell'autore).
La Pagoda Arrighi (foto dell’autore).

L’Arrighi era un uomo di mondo. Viaggiò soprattutto per lavoro: prima in Eritrea, dove si dedicò ad attività agricole, come racconta Ferdinando Martini nel suo Diario Eritreo, e poi in Cina. Nell’ex Celeste Impero egli rimase incantato dalle architetture monumentali e dalle particolarità locali. Tornato in Italia, volle conservare quel ricordo commissionando la costruzione della “sua” pagoda.

Le decorazioni esterne, attribuite all’artista scandiccese Cesare Benini (1854-1909), catturano lo sguardo con un fregio continuo di forme angolari e a spirale ispirato ai motivi cinesi yún (云, “nuvola”) e léi (雷, “tuono”). Il motivo della nuvola, già presente nei bronzi rituali della dinastia Shang (1600–1046 a.C.), simboleggia fertilità, abbondanza e benevolenza del cielo, ed era associato alla pioggia benefica, essenziale per l’agricoltura: un richiamo particolarmente coerente col contesto rurale di Casellina e Torri.
Motivi simili compaiono in altre opere delle dinastie Zhou (1046–256 a.C.) e Han (206 a.C.–220 d.C.). Gli Zhou segnarono un’epoca di grande sviluppo filosofico e culturale, con l’affermarsi del Confucianesimo e del Taoismo ed un forte legame tra il trascendentale e la vita quotidiana: l’armonia con la Natura e la ricerca di equilibrio erano valori centrali per queste filosofie, che si riflettono anche nella scelta decorative della Pagoda Arrighi.
La dinastia Han, invece, fu caratterizzata da una notevole espansione territoriale, dall’apertura al commercio lungo la Via della Seta e, anch’essa, da una intensa fioritura artistica e scientifica, portando a una diffusione dei simboli tradizionali cinesi su opere bronzee, su ceramiche e tessuti.

 

La Pagoda Arrighi nel 2016.
La Pagoda Arrighi nel 2016 (foto dell’autore).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il motivo del tuono incarna la forza, il potere spirituale e la protezione sovrannaturali, evocando la “voce” del cielo e la volontà divina. La presenza di questi simboli nella Pagoda Arrighi non è meramente decorativa: trasmette un messaggio di prosperità, protezione e connessione tra uomo e universo, creando un ponte tra cultura orientale e realtà agricola toscana del primo Novecento.

L’edificio ha una pianta ottagonale, sviluppata su tre livelli collegati da una scala interna e da una base rialzata che conduce all’ingresso principale. La disposizione dei piani richiama concetti della dottrina buddista, come la “trinità” del Buddha – ovvero i suoi stadi fisici, celestiali e cosmici – o le sue qualità fondamentali: Saggezza, Compassione e Potere Spirituale. Vi è inoltre un elemento “occidentalizzato”: le finestrelle della Pagoda, secondo alcuni studiosi, ricordano quelle dei palazzi rinascimentali, un elemento che venne forse inserito per rendere più “digeribile” un edificio di una cultura “altra”. Nel buddhismo, il colore giallo che caratterizza le pareti della Pagoda può assumere diversi significati: è associato alla terra e alla saggezza di identità, e a volte fa parte delle vesti monastiche e dei simboli come le bandiere di preghiera. O ancora, evoca la crescita spirituale per raggiungere uno stato di “perfezione”.

Tra l’altro, la Pagoda scandiccese è stata costruita nei pressi di un bivio non certo per caso: alcune antiche leggende orientali raccontano di come in prossimità dei crocicchi non solo si potessero trovare dei tesori, ma tali luoghi sarebbero stati “insigniti” dello speciale potere di scacciare gli spiriti maligni. Fortuna e protezione dagli influssi negativi, furono probabilmente questi i motivi che spinsero l’Arrighi a costruire questo edificio.
 C’è infine un “tocco” di storia urbana locale. La Società belga incaricata di costruire le linee tranviarie fiorentine aveva previsto il capolinea della “mitica” linea 16 – la Firenze–Vingone –, proprio nei pressi della stessa pagoda. Tuttavia, la guerra di Libia, il primo conflitto mondiale ed il fallimento della società nel primo dopoguerra fecero naufragare il progetto. Il capolinea fu spostato dove oggi sorge villa Doney, lasciando alla Pagoda Arrighi il “fascino” di una storia sospesa tra “sogno” orientale e “realtà” occidentale.

 

Coi suoi eleganti fregi e la complessa struttura architettonica, la Pagoda Arrighi non è solo un edificio “storico”: è un “ponte sospeso” nel tempo, dove arte, spiritualità e cosmologia orientale e occidentale si incontrano, dando vita a un dialogo silenzioso ma potente tra Oriente e Occidente.

Leonardo Colicigno Tarquini, storico dell’arte medioevale

Per saperne di più…
Scandicci. Itinerari storico-artistici nei dintorni di Firenze, a cura di D. Lamberini, Firenze, Ponte alle Grazie, 1990.
J. HALL, Illustrated Dictionary of Symbols in Eastern and Western Art, New York-Londra, Routledge Taylor & Francis Group, 2018.
G. GARBARINO, Salire in Alto…Passeggiate storico-artistiche sulle colline di Scandicci, vol. 2,  Firenze, AB Edizioni e Comunicazioni, 2019.
Sito web Chinese Cloud and Thunder Patterns: Yun Lei Wen 2024 (ultima consultazione 12/10/2025).
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Leonardo Colicigno Tarquini

Leonardo Colicigno Tarquini (nome d'arte di Leonardo Colicigno) ha conseguito la laurea in storia dell'arte presso l'università di Firenze nel 2020, discutendo una tesi sulla figura di Ercole nel Medioevo. La suddetta tesi è stata successivamente pubblicata negli atti del IX Ciclo di Studi Medievali, convegno organizzato da NUME Gruppo di Ricerca sul Medioevo Latino (Firenze, 2023). Il suo interesse è rivolto tanto al Medioevo autentico, quanto a quello di reinvenzione. Nel corso degli anni 2018 e 2019, ha collaborato con diverse associazioni culturali di Firenze e Scandicci al progetto 'Scandicci Open Villas', contribuendo attivamente alla redazione di brevi schede informative di natura storico-artistica concernenti i principali beni culturali della "città della fiera", all'organizzazione di visite guidate agli edifici storici del sopraccitato Comune e alla produzione del docufilm 'La Pieve di San Giuliano a Settimo Un gioiello del Protoromanico Toscano' (regia di Vincenzo Zappia, 2019). Il video è disponibile su YouTube.

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